CATARSI

F. ha 45 anni. Guida la navetta del cimitero monumentale. E’ decisa al volante, misura ogni singola manovra seguendo il tragitto descritto dalla vernice gialla che stona non poco col silenzio bianco delle lapidi.

Un signore sale sulla navetta. E’ uno di quelli pieni di catenine d’oro. Ha un mazzo di fiori col cartone umido, da routine. Ha ottant’anni e vive a Nettuno, ma solo da dieci anni, e ci tiene molto a sottolineare quanto non ci si abitui mai ad estirpare le proprie radici dalla città di Roma. Dopo poco scende, dicendo di andare a trovare la mamma, che come spesso accade è sepolta vicino ad altri familiari, ma il marito – testuali parole del figlio- non è sepolto vicino a lei, neanche lui sa perché.

Mia madre domanda a F. come funziona il suo lavoro. F. ironizza, sui mancati ascolti dei guasti tecnici. Ogni volta che la portiera della navetta viene aperta in occasione di fermata, per richiuderla ci vuole uno sforzo notevole, tant’è che afferma di avere il braccio del tennista, ma al contrario.

Il figlio di F. partirà tra una ventina di giorni, andrà a cercare un futuro nel nord Europa. F. lo dice col sorriso e gli occhi umidi, non solo tristi, ma anche arresi all’amore: lo lascia andare, perché sente che il fallimento del figlio sarebbe anche il suo, la sua disoccupazione sarebbe la sua. F. è separata, ma ora le cose vanno meglio, perché ha scoperto nuovi sbocchi d’ossigeno nel suo tempo libero.

Parla di memoria, l’Italia ha dimenticato la memoria.

Il cimitero è un posto silenzioso, dove puoi ascoltare molte cose. Ascolti le foto, ascolti gli alberi e le strisce gialle che descrivono il percorso della navetta. In questi giorni molti familiari vengono a trovare i cari qui. Prima di celebrare o festeggiare la natività è un pensiero comune omaggiarli, o almeno andare a controllare se tutto è al suo posto. Vengono vestiti bene, ci tengono affinché i fiori siano freschi, colorati, la foto molto nitida. Il silenzio, questo silenzio lo augurerei a chiunque.

F. torna a prenderci, mi piacciono i suoi discorsi, non sono qualunquisti. Arriviamo all’uscita e ci chiede se vogliamo fare un altro giro con lei in navetta, perché deve ripartire per un’altra corsa. Ha voglia di dialogare, ma lo chiede con molta dignità. Il figlio partirà tra una ventina di giorni, lo ripete più volte, ma il suo volto è pieno d’amore. I migliori auguri di Natale sono i suoi.

Quando le persone escono dal cimitero cambiano espressione. E’ come se dopo aver varcato la soglia dell’uscita possano permettersi di accennare un sorriso, di camminare in modo più spavaldo. E’ grande il muro che separa morti e vivi, non so se è più grande quello di cemento o quello dentro la signora che uscendo muove le braccia con meno tensione. Immagino una città con cimiteri senza mura.

L’Italia ha dimenticato la memoria. Così diceva F.

C’è gente che se non si reca ogni giorno al cimitero, davanti ad una foto, si sente una cattiva persona, sente di mancare al ricordo. Deve varcare la soglia, deve assolutamente sentirsi dentro quelle mura, per poi sentirsi meglio quand’è fuori, poter dire a sé stessa di aver fatto il suo dovere e non pensarci più, per quel giorno può dedicarsi al resto.

Mi sembra che tutto vada alla rovescia, come il braccio del tennista di F. La forma è sostanza e la sostanza è forma.

Quando passeggio e provo ad ascoltare, sento un po’ violentare la memoria che avevo prima di entrare. Ci sono le interferenze di tutti gli Altri, racchiusi dentro le mura. Ma poco dopo sento in dono una pace. La memoria di tutti i giorni, la mia memoria quotidiana, viene meno nella sua unicità e si unisce al silenzio bianco delle foto, dei fiori, del marmo che mi circonda. E’ un punto di arrivo di un percorso. Un punto di arrivo alto, piacevole, grazie al quale quando uscirò potrò tornare al mio – solo mio – ricordo, che ha avuto la fortuna di unirsi alla memoria di tutti.

Allora dove abita questa memoria? Dentro o fuori le mura?

Sono uscita, ho varcato la soglia. Le mie braccia sono più tese e, per ora, voglio essere cullata un altro po’ da quella pace, per poter ricordare poi il sorriso di F., le strisce gialle, il signore di Nettuno, il rumore degli alberi, la pioggia sottile ed il silenzio bianco.

Dic 21
Silenzio bianco

Abbiamo sempre quest’ostinata voglia di rimanere ita(g)liani.
L’ondata rivoluzionaria dei forconi - una rivoluzione poco violenta nelle parole ma piuttosto attiva nei fatti- si espande nella penisola e nel frattempo, nei supermercati si può assistere ad una piuttosto fiacca ed annoiata rincorsa ai panettoni, mentre per le vie del centro, semper fideles alla liberalità, ciurme di individui si apprestano ad affollare negozi e strade.
Ciò che mi stupisce, in tutta questa paradossale situazione, è la ricerca del colore. Un opinionista ha affermato che queste giornate rivoltose sono caratterizzate dalla mancanza di bandiera, di colore e di partito: <puoi essere un libero professionista e ritrovarti accanto un sedicenne appena uscito dal centro sociale>. E’ vero, non c’è dubbio che le folle sono popolate da tutte le età e, oserei dire, diverse classi sociali. Ma questa praticità non è riscontrabile nella mente; l’italiano ha urgentemente bisogno di riconoscersi in un’identità. Non sia mai che stia lì per strada ‘liberamente’, non ispirato dal pugno piuttosto che da un tatuaggio raffigurante l’eroe/non eroe nazionale, Benito Mussolini. I “compagni” in questi giorni vedono tutto totalmente rosso, un rosso vivo e scarlatto. Ed il fattore più rilevante all’interno di questa valutazione è che, tra giovani studenti (non mi vien da dire lavoratori vista l’assenza di lavoro e l’assenza di voglia di lavorare) e anziani lavoratori del nord, è di certo la prima categoria ad essere ossessionata dalle etichette. I giovani, privi di una storia degna di tale nome, hanno bisogno di sentirsi protetti: protetti per poter cantare cori, per poter picchiare gente, per poter postare una citazione su facebook di più o meno grandi personalità politiche. Protectus, assistito mi sembra il termine più adeguato. Non riesco bene a metterne a fuoco le cause: effettivamente in un ventennio dominato dal controllo televisivo non stupisce il non essere riusciti a costruire un’identità propria non solo politica, ma anche personale e sociale. O sarà anche colpa dei nostri padri, dei nostri nonni tanto e, aggiungerei, tanto giustamente affezionati ai loro vecchi ideali vissuti sul campo? Non mi sono mai immersa nel loro punto di vista. In fondo, intorno a noi c’è gente che ha conosciuto Pertini, le bombe carta di Via dei Giubbonari, il criptico Andreotti; e poi c’era tutta quella bella musica, i Pink Floyd, Battisti; c’erano i dibattiti feroci, fino a tarda sera, un cinema vivo, c’era persino un solo telefono situato nella zona centrale di casa, da cui potevano bene o male sentirti tutti, non c’era possibilità di isolamento. Come dev’essere per loro comprarci un i-phone?
Dico solo che vedere un ragazzo che canta ‘bella ciao con’ l’i-phone attaccato all’orecchio fa più pensare al Carnevale di Rio piuttosto che ad una seria manifestazione nazionale.


Dic 15
Semper fideles


- Anche tu tendi a schermarti? E magari preferisci i bruchi alle farfalle.

Ott 3

- I drammi corrono, parallelamente. Una barriera di cristallo. Ansimo, sudo, il sudore si trasforma in piccoli sassi, fanno perdere il controllo della mia corsa. Quando casco non esce sangue, esce fumo, fumo profumato, odori di incenso. Perché non vedete il rosso, perché non sentite l’odore acre? Leccatemi le ginocchia, almeno per una volta.

Ott 3

-La solitudine è decisamente quella cosa di cui parlava Camus. La solitudine è (nel)lo specchio.

 - Ogni gesto era spontaneamente pensato. Le mani sfioravano, non toccavano, i punti più delicati.

Ott 3
Raining
Lug 23

Raining

Apr 8

Il tempo guarirà tutto. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia?Ero solo io così poco seria, è il tempo cosi poco serio? Non sono mai stata solitaria, né da sola, né con qualcun altro; ma mi sarebbe piaciuto in fondo essere solitaria. Solitudine significa: &#8220;Finalmente sono tutto&#8221;. Adesso posso dirlo perché oggi finalmente sono davvero sola. Bisognerà finirla prima o poi con il caso.
Apr 8

Il tempo guarirà tutto. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia?

Ero solo io così poco seria, è il tempo cosi poco serio? Non sono mai stata solitaria, né da sola, né con qualcun altro; ma mi sarebbe piaciuto in fondo essere solitaria. Solitudine significa: “Finalmente sono tutto”. Adesso posso dirlo perché oggi finalmente sono davvero sola. Bisognerà finirla prima o poi con il caso.

-L’ipnosi è qualcosa di trascendentale, non capita mai di essere al posto dello spettatore.

-Trovare famiglia in due occhi che fanno da specchio.

-Le parole sono armi potentissime. E’ raro che qualcuno ne faccia un investimento dell’attimo.

-L’egoismo è la virtù degli insicuri.

-Volere bene – che cosa difficile – non è alla portata di ognuno. Una persona che sa guardare oltre la pelle disse che la felicità è data dal sacrificio.

-I vestiti e i colori ci aiutano ad arricchire. Dovrei riuscire, mentre subisco un lungo abbraccio, a non pensare a quando mi staccherò. 

-L’abbandono non è fisico. Non ricordare più il volto di una persona è una tortura assordante.

-Gli spazi aperti mi fanno paura. Ho bisogno di riconoscere.

-Il silenzio può essere l’assoluta pienezza, se viene ascoltato insieme. Tieniti stretto chi sa guardarti per ore negli occhi, parlando in silenzio. 

-Amo faticare, per avere un ristoro guadagnato. 

-E’ necessario scegliere: chi ha tante cicatrici può confrontarle con quelle altrui e dare consigli su come curarle. Altrimenti potrebbe avere la necessità di ferire la pelle di qualcun altro, per credere, in fondo, che l’altro non stia meglio di te. Vittima e carnefice in una sola vita: non credo, in questo caso, che si finisca mai di piangere.

Apr 8